San Giorgio - La mietitura
LA PASSIONE DEL GRANO
La cerimonia della mietitura di San Giorgio Lucano appartiene a un tipo ben noto agli studiosi di storia della religione, se ne può trovare il repertorio nel folklore europeo e della fascia mediterranea dell’Africa e dell’Asia. Queste cerimonie sono ormai scomparse, poiché possibili in un quadro di rapporti sociali feudali e semifeudali, e di un’agricoltura che non conosce macchine.
In una società di agricoltori cerealicoli l'esperienza della morte fu vissuta soprattutto sui campi di grano. La falce diventò così il simbolo stesso della morte. Il mietere era avvertito come un uccidere, di cui portare rimorso e si temeva vendetta: il grano, soprattutto per opera del mietitore, sopportava una violenza estrema, pativa una passione decisiva. Di qui il bisogno di mascherare l'atto. I mietitori si comportano come se l'operazione che essi compiono non fosse la mietitura ma una battuta di caccia. Un vecchio contadino fa da capro: due mazzetti di spighe tenuti tra le labbra, una pelle di capro sulla schiena, falcetti impugnati all'altezza della testa in modo da dare l'immagine delle corna, occhi sbarrati di animale braccato, e la "maschera" è pronta. Il capro corre a nascondersi nel grano: i mietitori si dispongono a cerchio, a buona distanza dalla preda, poi danno inizio alla battuta di caccia. Al suono della zampogna avanzano falciando il grano, e stringono via via il cerchio, mentre il capro cerca rifugio nelle messi non ancora mietute. Grida animalesche del capro e dei cacciatori si incrociano sul campo. Si odono frasi: << Non disturbate i cacciatori!>>; << Se la piglio quella carogna l'ammazzo!>>. L'eccitazione è al massimo, il cerchio si stringe intorno alla preda, non resta come rifugio che l'ultimo covone da mietere; qui il capro è simbolicamente ucciso col taglio dell'ultimo fascio di spighe. L'uccisione del capro al termine della caccia, poteva acquisire anche il significato secondario di un sacrificio di riparazione. Lo uccidono e lo depongono sulla paglia. Il pianto rituale, eseguito sull'ultimo covone mietuto, piange la morte del grano come nel lamento funebre tradizionale. I mietitori si recano poi dalla sposa del grano (mietitrice con covone), mimano la sua svestizione e la baciano, mentre le donne portano vino; infine gli stessi uomini vanno dal padrone, lo deridono e lo svestono con la punta delle falci.
Non esiste una memoria collettiva che accomuni tutta l'umanità. Esistono tante identità locali. Se però scaviamo a fondo nelle nostre identità locali lì possiamo trovare quei valori universali che accomunano tutta l'umanità, valori quali la solidarietà, l'antico legame alla terra. Se scaviamo a fondo nelle nostre radici troviamo la linfa necessaria per fare incontrare culture, linfa che si oppone al multiculturalismo forzato che genera prima conflitto sociale, per poi diluire valori ed identità nel fango della società del consumo.
Le Radici sono la resistenza naturale alla globalizzazione del capitale, mettono a nudo il padrone.
(Il gioco della falce, spedizione di Ernesto De Martino in Lucania, giugno 1959)
Bibliografia:
Ernesto De Martino, Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, Bollati Boringhieri, Torino 1997.
Mario Alcaro, Sull'identità meridionale – Forme di una cultura mediterranea, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.